ll Fatto Quotidiano, Travaglio e quei numeri che fanno più rumore delle sue parole
Condividi3C’è una cosa che mi fa sorridere.
Quando si parla del bilancio de Il Fatto Quotidiano, tutti guardano il buco. Tutti guardano la perdita. Tutti guardano il patrimonio netto negativo. Poi partono le solite domande da bar politico: “Adesso a chi si venderanno?”, “A quale partito dovranno strizzare l’occhio?”, “Conte arriverà in soccorso?”, “Il Movimento 5 Stelle farà da stampella morale, politica o economica?”.
Domande legittime, per carità. Perché quando un giornale che per anni ha fatto la morale a tutti si ritrova con i conti in difficoltà, è normale che qualcuno inizi a chiedersi da dove arriverà l’ossigeno.
Ma secondo me il punto vero è un altro.
Il punto vero non è solo Marco Travaglio. Non è solo Il Fatto Quotidiano. Non è solo Giuseppe Conte, il Movimento 5 Stelle o la prossima alleanza politica da salotto televisivo.
Il punto vero è che questi numeri mostrano ancora una volta il grande problema dell’editoria italiana: giornali che parlano di indipendenza, libertà, battaglie civili, verità, poteri forti, banche, politica, conflitti di interesse… e poi, quando vai a vedere i conti, scopri che anche loro sono dentro la stessa giostra.
SEIF, la società editrice de Il Fatto Quotidiano, ha chiuso il 2025 con ricavi per circa 30,75 milioni di euro, ma con una perdita netta di circa 2,59 milioni. L’anno prima la perdita era già stata di circa 1,73 milioni. L’indebitamento finanziario netto è salito a circa 4,95 milioni.
E non finisce qui.
Secondo quanto riportato da Start Magazine, i revisori di KPMG hanno evidenziato una “incertezza significativa relativa alla continuità aziendale”. Sempre secondo la stessa ricostruzione, il bilancio consolidato avrebbe evidenziato una perdita di 2,6 milioni, un patrimonio netto negativo per 6,4 milioni, un indebitamento finanziario corrente di 3,15 milioni e un capitale circolante netto negativo per 8,97 milioni.
Ora, fermiamoci un attimo.
Perché quando una piccola azienda italiana va in difficoltà, nessuno le fa sconti. Arriva la banca, arriva il fornitore, arriva l’Agenzia delle Entrate, arriva il commercialista che ti guarda come se fossi un criminale perché hai pagato l’F24 con tre giorni di ritardo.
Ma quando si parla di giornali, improvvisamente tutto diventa “strategia industriale”, “fase di transizione”, “investimento sul futuro”, “crisi del settore”, “modello digitale”, “community company”.
Tradotto: quando l’artigiano perde soldi è un incapace. Quando il giornale perde milioni è una visione strategica.
E questa è la parte più interessante.
Perché con 30 milioni di ricavi annui non stiamo parlando del blog del cugino che scrive dalla cameretta. Stiamo parlando di una struttura enorme. Secondo dati pubblicati da Ufficio Camerale, SEIF risulta avere 136 dipendenti nel 2026.
Centotrentasei dipendenti.
Per un giornale.
E allora la domanda non è: “Travaglio riuscirà a salvarsi?”.
La domanda è: che razza di modello economico è un giornale che incassa decine di milioni e continua a produrre perdite?
Facciamo un ragionamento semplice, da persone normali.
Non possiamo dire che siano “soldi spariti”, perché quella sarebbe un’accusa precisa e andrebbe dimostrata documenti alla mano. Però possiamo dire una cosa: quando i conti non tornano, il cittadino ha diritto di chiedere dove finiscono i soldi.
Perché se hai un fatturato importante, se hai abbonamenti digitali in crescita, se hai contenuti televisivi, eventi, pubblicità, libri, piattaforme, produzioni video, e nonostante tutto chiudi ancora in rosso, allora il problema non è solo “la crisi dei giornali”.
Il problema è il modello.
Il problema sono i costi.
Il problema è la macchina.
Il problema è capire se questa macchina serve davvero a informare i cittadini o se serve prima di tutto a mantenere in piedi un sistema di stipendi, strutture, consulenze, apparati, redazioni, produzioni, società collegate e debiti bancari.
SEIF ha risposto alle polemiche dicendo che l’indebitamento è avallato da istituti di credito e dal revisore KPMG, e che l’azienda ha scelto di continuare a investire senza fare ristrutturazioni “a danno dei giornalisti e del personale dipendente”.
Benissimo.
Ma allora diciamolo chiaramente: qui non siamo davanti al piccolo giornale indipendente che vive con il cappello in mano e combatte contro il sistema. Qui siamo davanti a una vera azienda editoriale, con decine di milioni di ricavi, banche, revisori, piani industriali, investimenti, debiti, dipendenti e necessità di finanziamento.
E allora basta con la favoletta romantica.
Perché quando parli per anni dei poteri forti e poi la tua continuità aziendale dipende anche dalla fiducia delle banche, qualcosa stride.
Quando fai il moralista in televisione e poi devi stare dentro la stessa logica finanziaria che critichi ogni sera, qualcosa stride.
Quando racconti al popolo che tu sei diverso dagli altri, ma poi ti ritrovi a fare i conti con debiti, perdite, linee di credito, revisori e piani di liquidità, qualcosa stride.
Ed è qui che casca il palco.
Perché il vero scandalo non è nemmeno che Il Fatto Quotidiano perda soldi. Nel mondo imprenditoriale può succedere. Si investe, si sbaglia, si attraversa una crisi, si ristruttura, si cambia modello.
Il vero scandalo è la narrazione.
La narrazione dell’indipendenza assoluta.
La narrazione del “noi siamo puri”.
La narrazione del “noi siamo diversi”.
La narrazione del giornale che guarda tutti dall’alto in basso, mentre poi deve fare i conti con la stessa realtà brutale di qualsiasi azienda: se incassi meno di quanto spendi, prima o poi qualcuno deve coprire il buco.
E chi lo copre?
Gli abbonati?
Le banche?
Gli investitori?
I contributi pubblici?
Un nuovo socio?
Un’area politica amica?
Un editore più grosso?
Un partito che trova comodo avere un megafono?
Queste sono le domande vere.
Non perché si debba condannare qualcuno prima di avere prove. Ma perché un giornale che vive facendo domande agli altri deve accettare che qualcuno faccia domande anche a lui.
E allora la domanda finale è semplice.
È più importante che Travaglio continui ad andare in televisione a spiegare agli italiani chi sono i buoni e chi sono i cattivi?
Oppure è più importante aprire una discussione seria, pubblica, trasparente su come vengono gestiti i soldi dentro i grandi giornali italiani?
Perché se un giornale fattura decine di milioni e perde milioni, non basta dire “è colpa della crisi dell’edicola”.
Troppo comodo.
La crisi dell’edicola esiste, certo. La carta vende meno, certo. Il digitale cambia tutto, certo. Ma qui parliamo di una macchina che continua a bruciare risorse mentre pretende di dare lezioni di moralità economica, politica e sociale al resto del Paese.
E allora forse il problema non è solo Il Fatto Quotidiano.
Forse il problema è tutto il sistema dell’informazione italiana.
Un sistema dove molti giornali non vivono davvero dei lettori, ma di equilibri, finanziamenti, banche, pubblicità, relazioni, politica, eventi, contributi, amicizie e convenienze.
Un sistema dove la libertà di stampa spesso finisce dove iniziano i debiti.
E allora, caro Travaglio, la domanda non è se il tuo giornale sopravviverà.
La domanda è: sopravviverà restando davvero libero?
Oppure anche questa volta scopriremo che dietro le grandi parole c’è sempre la solita, vecchia, sporca giostra italiana?

