Il caso italiano
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Il caso italiano: Relazione Prof. Marco M. Capria

Esiste un dibattito scientifico ed etico-politico sul covid-19. È stato sostanzialmente ignorato dai principali media, con l’eccezione di sedi “di complemento” come YouTube e Facebook, che però hanno anche attuato pesanti forme di censura che dopo l’inizio della campagna vaccinale anti- covid-19 si sono rafforzate.

La campagna per convincere tutti che la sola via d’uscita dalla militarizzazione della vita sociale e dallo spegnimento a tempo indeterminato di tutte le attività e i settori economici “non essenziali” era un vaccino è cominciata quando ancora nessun vaccino era stato sviluppato, e non si poteva nemmeno essere sicuri che ci si sarebbe mai arrivati.

Lo scopo di questo articolo (che è collegato e si riferisce all’occorrenza ai miei precedenti contributi sull’argomento, e in particolare al più esteso) è invece di sintetizzare alcuni elementi di fatto essenziali emersi fin qui sulla questione covid-19 e discuterne il significato. Poiché la disinformazione sfrutta la ritrosia di gran parte dei cittadini a entrare nelle questioni numeriche, ho presentato nella maniera più elementare alcuni dei dati resi disponibili dal Ministero della Salute e dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS), in modo da permettere a chi lo voglia di trovare facilmente le pagine internet rilevanti, verificare quanto dico, e tenersi informato sull’evoluzione dei parametri chiave.

Niente di quello che segue intende distogliere la popolazione a rischio di complicanze dall’attuare forme di autoprotezione da tutte le forme simil influenzali, particolarmente in questi mesi dell’anno. Ma lo stesso l’avrei potuto raccomandare negli anni scorsi, quando del SARS-CoV-2 ancora non si sapeva niente (anzi, l’avevo pure fatto in un libro uscito in prima edizione nel 2015).

Ci sono buone ragioni per ritenere che la versione ufficiale del covid-19 ha fatto, sta facendo e farà più vittime di quante ne potrebbe mai fare l’equivocazione da parte di lettori disattenti o malintenzionati delle critiche a tale versione. Da parte degli intellettuali e soprattutto della comunità accademica esiste un dovere di fare chiarezza, piuttosto che selezionare quale posizione assumere sulla base delle aspettative di finanziamento e successo dei propri progetti editoriali o di ricerca.

Il caso italiano

In questo articolo mi occuperò quasi soltanto del caso italiano. A sentire questa definizione dello scopo una reazione comune è: ma il covid-19 non è una pandemia? Qualsiasi ipotesi sia fatta per spiegare il caso italiano deve essere verificata su almeno qualche centinaio di altri Paesi in tutto il mondo, prima di poter essere accettata! O no?

No. L’idea che il covid-19 sia lo stesso problema sanitario per tutto il mondo, e che si possa facilmente generalizzare da un Paese, o addirittura da un continente, all’altro è radicalmente sbagliata. Non che siano mancati gli “esperti” disposti a sostenere questo e altro, beninteso.

Ecco un controesempio particolarmente chiaro.

Tra i problemi cronici dell’Africa c’è la carenza numerica e qualitativa delle sue strutture igieniche e sanitarie. In particolare ha pochi medici e poco personale sanitario. Nel seguito scriverò “Africa” con le virgolette per intendere la Regione Africana secondo l’OMS (che non include l’Egitto né la maggior parte dei paesi di lingua araba dell’Africa settentrionale).

In “Africa” nel 2016 si registravano 416.000 morti per tubercolosi (una tragedia sanitaria di cui i telegiornali nazionali non hanno fatto altro che parlare in questi ultimi anni, non ve ne eravate accorti?…).

Nella prima metà del 2020 gli “esperti” prevedevano che, tra tutti i continenti, sarebbe stata quello più martoriato dalla pandemia, e la stima che un modello matematico predittivo per l’”Africa” forniva era

150.078 (82.735-189.579) decessi “covid-19”

nel solo primo anno della pandemia. Questa predizione è stata pubblicata il 25 maggio.

Bene, al 20 dicembre 2020, la percentuale dei casi di covid-19 e la percentuale dei decessi attribuiti al covid-19 sono state, in entrambi i casi, il 2% rispetto ai valori mondiali di entrambi. E con il covid-19 in “Africa” ci sono stati

37.741 decessi “covid-19”

cioè meno della metà del valore minimo previsto. (Ipotesi sul caso africano sono discusse, per esempio, qui).

C’è invece un Paese industriale, con standard sanitari incomparabili a quelli medi africani e con circa 1/18 della popolazione dell’“Africa”. È l’Italia.

Nella sola Italia ci sono stati, secondo la stima ufficiale aggiornata al 28 dicembre dell’ISS,

70.085 morti “covid-19”

Cioè ha avuto quasi il doppio dei morti attribuiti al covid-19 in “Africa”.

Una divergenza così clamorosa dimostra oltre ogni ragionevole dubbio il carattere altamente specifico da un punto di vista geopolitico della “pandemia virale”. 

Inoltre l’Italia ha avuto il 13% dei morti in tutta Europa e la mortalità massima tra i paesi europei, nonostante i severissimi provvedimenti restrittivi («lockdown») che è stata tra i primi Paesi ad adottare, e nonostante una popolazione altamente obbediente. (Sì, lo so che, di fronte al fallimento delle misure restrittive, i giornalisti governativi sono stati sguinzagliati per fare riprese di gruppi di persone che, con tanto di mascherina, osavano fare passeggiate sul lungo mare di qualche città. So anche che il ministero degli Interni ha attuato sistemi di sorveglianza contro i “disobbedienti”, o presunti tali, che avrebbero fatto scovare il boss mafioso Bernardo Provenzano in 4 settimane invece che in 43 anni).

Infine la disparità regionale (e addirittura provinciale) dell’impatto della mortalità “covid-19” è un fenomeno così palese e coerente nel tempo, e l’intera popolazione italiana è così interconnessa in termini di circolazione di merci, lavoratori e turisti, che tale disparità semplicemente non si può spiegare in termini dell’azione di un singolo agente contagioso. Si guardi questa tabella, dal rapporto ISS aggiornato al 16 dicembre:

 

Il caso italiano: Relazione Prof. Marco M. Capria 3

 

Come si vede, la Lombardia, che ha il 16% della popolazione italiana, ha visto da sola il 37,9% dei decessi; e Lombardia, Piemonte ed Emilia Romagna, che formano il 31% della popolazione italiana, hanno visto insieme il 57,2% dei decessi. Invece Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia, che formano il 28,5% della popolazione italiana, hanno visto insieme l’11,3% dei decessi!

Diamo un altro controesempio.

La Tanzania è un paese africano molto povero e con 45 milioni di abitanti (vedi qui). Il suo presidente si è rifiutato di bloccare l’economia in funzione di contrasto al covid-19 e per questa ragione è stato trattato come un pazzo criminale dalle autorità sanitarie, dai principali media e dagli “esperti”.

Eppure secondo l’OMS al 20 dicembre i morti tanzanesi con covid-19 erano stati… 21. Sì, non ci sono errori di stampa: ventuno.

Queste semplici considerazioni basate su dati ufficiali confermano la tesi che solo una spiegazione tagliata su misura sul caso italiano può sperare di spiegare che cosa è successo in Italia. Chiudersi in un laboratorio di virologia non potrà mai dare la chiave di questo problema. Una conseguenza complementare è che la soluzione globale invocata e avallata da alcuni (vacciniamoci tutti!) per una problematica dalla fisionomia così fortemente geografica è un errore già solo per questo.


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