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decessi in aumento? ti spiego perchè
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Decessi in aumento? Ti spiego perchè: Relazione Prof. Marco M. Capria

Ipotesi e più che ipotesi

Ci sono ipotesi verosimili per questa crescita del tasso di mortalità, e anche molto probabili.

Innanzitutto è evidente che il depotenziamento della sanità pubblica (del quale ho già parlato quì) ha concorso a questa tendenza.

Ma ci sono altre ragioni, di cui ho già parlato in varie occasioni.

Inquinamento atmosferico

Le monografie dell’EEA (= Agenzia europea dell’ambiente) sull’inquinamento atmosferico dovrebbero essere sul tavolo di lavoro di ogni ministro della Salute. L’Italia è da anni oggetto di procedure d’infrazione per violazione dei parametri della salubrità dell’aria. L’ultima sentenza di condanna dell’Italia da parte della Corte di giustizia europea è del 10 novembre 2020, e riguarda il «superamento sistematico e continuato dei valori limite applicabili alle microparticelle (PM10) in determinate zone e agglomerati italiani» (per un’analisi si veda qui). Il 30 ottobre la Commissione Europea aveva messo in mora l’Italia, dando una scadenza di due mesi. Ecco una sintesi delle motivazioni (grassetto mio)

«In Italia, i dati disponibili mostrano che il valore limite per il Pm2,5 non è stato rispettato dal 2015 in diverse città della Pianura Padana, tra cui in particolare Venezia, Padova e varie zone vicine alla città di Milano. Inoltre, le misure previste dall’Italia nei suoi piani sulla qualità dell’aria non sono sufficienti, secondo la Commissione, per far durare il meno possibile i periodi di superamento dei limiti.

Il Pm10 e il Pm2,5 sono particolarmente pericolosi per la salute umana. L’esposizione al particolato può influire sulla funzione polmonare e causare, o aggravare, malattie cardiovascolari e respiratorie, infarti e aritmie; inoltre può avere conseguenze per il sistema nervoso centrale e il sistema riproduttivo, e provocare il cancro. Nell’Unione europea, ogni anno, quasi 350.000 morti premature sono attribuibili al solo Pm2,5.»

È evidente (anche se il rapporto dell’EEA 2020 ritiene che «the causality is not clear and further epidemiological research is needed») che la sovrapposizione con una qualsiasi similinfluenza in un individuo cronicamente esposto ai principali inquinanti dell’aria può facilmente portare a un esito fatale. E a questo proposito non posso che ripetere ancora una volta che le province in cui, nonostante tutte le misure di isolamento dal “contagio”, la mortalità attribuita al covid-19 ha raggiunto e mantenuto i massimi livelli sono esattamente quelle maggiormente colpite dall’inquinamento atmosferico delle aree urbane (si veda anche questo articolo del gennaio 2019.)

Ma quanti sono i decessi attribuibili a 3 dei maggiori inquinanti? Ecco alcuni dati, tratti dai rapporti dell’EEA:

AnnoNO2O3PM 2,5Totale
201520.500320060.60084.300
201614.600300058.60076.200
201810.400300052.30065.700

Mentre scrivo queste parole (28 dicembre) si attribuiscono al covid-19 in Italia 70.085 decessi.

L’ordine di grandezza è lo stesso.

Non solo, ma il sintomo principale (73%) nei deceduti era la dispnea.

Che disturbi respiratori preesistenti favoriscano esiti infausti di una infezione similinfluenzale, di qualsiasi origine, è a priori del tutto evidente, e ci sono anche studi recenti che lo confermano.

Le morti per similinfluenze e loro complicanze

Il complesso delle similinfluenze ha mietuto in stagioni influenzali recenti (2013-2017) una media di 34.000 vittime per anno, mentre l’ISS continua a riportare, parlando solo dell’influenza in senso stretto (e nemmeno per la sola influenza questo è vero!) che si tratterebbe di… 8000 morti.

Molti “esperti” avevano previsto che all’arrivo dell’autunno le forze riunite della normale “influenza” (tenere presente che molto spesso si legge “influenza” ma bisogna intendere simil influenza) e della seconda ondata del covid-19 avrebbero sbaragliato qualsiasi resistenza sanitaria che non fosse stata quella della chiusura economica e sociale. Non restava che pregare e aspettare il vaccino prossimo venturo.

Altri studiosi avevano invece congetturato che il covid-19 non fosse che una componente del complesso delle similinfluenze, che aveva semplicemente assorbito a livello diagnostico le sue consorelle – e anche varie altre malattie che la fallibilità e l’abuso dei tamponi gli aveva erroneamente accreditato.

Bene: in data 24 ottobre è apparso su un quotidiano un articolo dal titolo: «L’influenza è stata ammazzata dal covid? Gli esperti pongono l’intrigante domanda mentre i casi di influenza precipitano in tutto il globo». Basta dare un’occhiata al grafico della stagione similinfluenzale 2020- 21 per capire che anche in Italia il covid-19 sta rubando la scena alle similinfluenze:

relazione prof marco m capria

Ovviamente siamo appena all’inizio, e rimango pronto a farmi sorprendere dai prossimi sviluppi, di cui darò atto. Ma, al momento, ci sono buone ragioni per pensare che il cov-2 non si è sommato alle simil influenze come affermavano i profeti di sventura “autorizzati”, ma si è preso un demerito che non gli spettava.

Le infezioni ospedaliere

Una piaga endemica del sistema ospedaliero italiano, ma di cui nessuno parlava, almeno fino a quando non è stato inserito nel contesto covid-19 dall’articolo più volte citato, sono le infezioni che si contraggono in molti reparti. Ricordo che le infezioni antibiotico-resistenti, contratte negli ospedali italiani, uccidono decine di migliaia di persone all’anno: «si è passati dai 18.668 decessi del 2003 a 49.301 del 2016. L’Italia conta il 30% di tutte le morti per sepsi nei 28 Paesi UE».

Quindi nel 2016 tra infezioni ospedaliere ed esposizione a tre inquinanti dell’aria (e non sono i soli!) che hanno portato l’Italia di fronte alla Corte di Giustizia europea, sono morti 125.501 cittadini: 1,8 volte i morti attribuiti al covid-19 in questo 2020.

Nessun presidente del consiglio aveva dichiarato lo stato di emergenza, nessun telegiornale ne aveva dato notizia con un minimo di enfasi e di attenzione continuativa, l’economia non era stata bloccata, le scuole erano rimaste aperte anche nelle città più notoriamente inquinate, e ovviamente nessuno ci informava quotidianamente su quanti erano morti anche solo per queste due cause – la seconda delle quali poteva essere esattamente monitorata sulla base delle cartelle cliniche.

A questi fenomeni sanitari di lungo periodo se ne sono sommati alcuni caratterizzanti la gestione dell’emergenza nel 2020:

La cattiva gestione delle RSA

Nella già citata conferenza stampa del 12 dicembre, Conte ha dato, come una delle spiegazioni della maggiore mortalità da covid-19 in Italia, la seguente: «dipende anche dalle abitudini di vita, è risaputo che in Italia siamo un paese in cui gli anziani di solito li teniamo vicino a noi», e poi ha accennato in maniera confusa (probabilmente per timore di provocare un incidente diplomatico) alle «diverse abitudini di vita» di «altri Paesi».

È difficile dire dove questa risposta sia più sbagliata: nel suggerimento che in Italia le persone anziane siano morte prevalentemente perché contagiate a casa da figli e nipoti, o nell’assunto che gli italiani non mandano i loro anziani in ospizi e RSA?

Eppure dovrebbe essere «risaputo» (ma con il nostro presidente del Consiglio non si può mai dire) che quest’anno le residenze per anziani, in Italia, sono state un luogo di massima diffusione del covid-19 , e al 6 aprile era da lì che derivavano più della metà dei decessi attribuiti al covid-19.

Invece di indulgere alla retorica degli “Italiani brava gente” si poteva cogliere l’occasione per biasimare i responsabili della cattiva gestione delle RSA, compresa la sconcertante decisione dell’assessore al Welfare della Lombardia di trasferirvi i convalescenti del covid-19 (come egli disse, vantandosene: «Non so in quale altro Stato europeo sarebbe stato possibile fare una cosa del genere»).

Gli interventi mancati

Ci sono poi i decessi dovuti agli oltre 700.000 interventi e visite ospedaliere che sono stati rinviati perché si dovevano requisire per il covid-19 interi reparti. Questa situazione era stata denunciata anche da alcuni medici, e in maniera molto eloquente dal Dr. Flavio Poltrone (il 28 ottobre).

Ecco una recente stima (19 dicembre):

«Da chi soffre di bronchite a chi ha insufficienza renale o cardiaca, sono quasi 700.000, solo nei reparti di Medicina interna, le persone che hanno subìto gli effetti indiretti del Covid, vedendo saltare il ricovero a causa della pandemia. E, a esser penalizzati, sono soprattutto i malati cronici: a quasi 400.000 non è stata garantita assistenza ospedaliera. […] “Non erano ricoveri inappropriati e riguardavano soggetti fragili o con più di una patologia. Molti quindi è possibile che sino [sic] diventati malati Covid, molti sono deceduti nelle loro case o nella Rsa. Altri per fortuna – conclude [Dario Manfellotto, presidente FADOI e direttore di Medicina interna dell’Ospedale Fatebenefratelli dell’Isola Tiberina di Roma] – probabilmente non hanno avuto complicazioni grazie al fatto che sono rimasti bloccati e protetti a domicilio”»

A questo bisogna aggiungere i decessi dovuti ai ritardi nei ricoveri urgenti dovuti o ad ambulanze che non sono arrivate o all’attesa, per ore, dei risultati del tampone.

Le indicazioni fuorvianti date a medici ospedalieri e di base

I medici ospedalieri erano stati sconsigliati dal ministero della Salute di effettuare autopsie, ed erano stati indotti a curare come polmoniti quelle che erano tromboembolie. In molti casi l’errore diagnostico è stato fatale al “paziente covid”.

Contemporaneamente, i medici di base sono stati sconsigliati dal visitare i propri pazienti, ma quelli che hanno disobbedito sono riusciti a far attraversare senza vittime tra i loro assistiti l’intera crisi covid-19. Vale la pena citare un lungo stralcio della testimonianza della dottoressa Maria Grazia Dondini:

«Il 22 febbraio di quest’anno è stata comunicata la circolazione di un nuovo coronavirus. Il Ministero della Salute ha mandato un’ordinanza a tutti noi medici del territorio, dicendoci sostanzialmente che eravamo di fronte a un nuovo virus, sconosciuto, per il quale non esisteva alcuna terapia. La cosa paradossale è che fino a quel giorno avevamo gestito i medesimi pazienti con successo, senza affollare ospedali e terapie intensive; ma da quel momento si è deciso che tutto quello che avevamo fatto fino ad allora non poteva più funzionare. Non era più possibile un approccio clinico/terapeutico. Noi, medici di Medicina generale, dovevamo da allora delegare al dipartimento di Sanità Pubblica, che non fa clinica, ma una sorveglianza di tipo epidemiologico; potevamo vedere i pazienti solamente se in possesso di mascherina FFP2, che io ho potuto ritirare all’ASL solo il 30 di marzo. Ma c’è una cosa più grave.

Nella circolare ministeriale, il Ministro della Sanità ci dava le seguenti indicazioni su come approcciarci ai malati: isolamento e riduzione dei contatti, uso dei vari DPI, disincentivazione delle iniziative di ricorso autonomo ai servizi sanitari, al pronto soccorso, al medico di medicina generale. Dunque, le persone che stavano male erano isolate; e, cosa ancora più grave, il numero di pubblica utilità previsto non rispondeva. Tutti i pazienti lamentavano che non rispondeva nessuno; io stessa ho provato a chiamare il 1500 senza successo. Un ministro della salute che si accinge ad affrontare una emergenza sanitaria prevede che i numeri di pubblica utilità non rispondano?

In sintesi: le polmoniti atipiche non sono state più trattate con antibiotico, i pazienti lasciati soli, abbandonati a se stessi a domicilio. Ovviamente dopo 7-10 giorni, con la cascata di citochine e l’amplificazione del processo infiammatorio, arrivavano in ospedale in fin di vita.

Poi, la ventilazione meccanica ha fatto il resto.»

In un Paese normale una testimonianza di questo genere avrebbe costretto alle immediate dimissioni il ministro della Salute e i suoi consulenti «tecnico-scientifici». Si capisce come mai, invece, sono stati così pronti, a invocare e ad acquistare (con i soldi dei contribuenti, se occorre precisarlo) un vaccino di cui non si sapeva niente. Il vaccino significava infatti l’amnistia per scelte che, favorite da una buona dose di incompetenza anche se non dettate solo da questa, si possono solo definire criminali.

Disturbi psichici e psicofarmaci

E bisogna aggiungere ai decessi provocati non dal covid-19 ma dalle misure prese per “combatterlo” quelli dovuti ai disturbi psichici (e conseguente uso di psicofarmaci e aumento dei suicidi) provocati dalla condanna agli arresti domiciliari di un’intera nazione. Si ricordi come è stata definita la «salute» nel 1948 dall’OMS:

«La salute è uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non semplicemente l’assenza di malanni o di altro impedimento fisico»

Come si può pretendere di tutelare la salute dei cittadini quando si causa con le misure adottate tanto malessere fisico, mentale e sociale?

Le persone normali non desiderano rimanere nell’inattività, neppure se sovvenzionate allo scopo. Quando la Costituzione afferma, nel primo articolo, che l’Italia è una repubblica «fondata sul lavoro», sta valorizzando l’attività lavorativa come parte integrante della cittadinanza. Sentirsi utili in quell’impresa collettiva che è la gestione e il miglioramento della Cosa Pubblica, e vedersi garantita una sufficiente forza economica individuale e capacità di dispiegamento sociale non come benevola gratuità del sovrano, ma come giusto riconoscimento del proprio impegno in tale impresa collettiva, è un elemento fondamentale di stabilità psicologica e valoriale per la stragrande maggioranza dei cittadini. Pensare che reddito di cittadinanza e “ristori” possano compensare la disintegrazione del proprio ruolo sociale è non solo erroneo in termini psico-sociali: è anticostituzionale.

Data la moltitudine di cause elencate, il contributo delle infezioni da coronavirus alla mortalità di quest’anno può essere stato un cofattore, ma è semplicemente irragionevole pensare che sia stata la causa predominante e decisiva.

In altre parole: si è trasformata una tragedia sanitaria multifattoriale – ma una tragedia non dovuta a un “destino cinico e baro”, bensì in larghissima misura all’incuria e alla corruzione dei governi e delle amministrazioni locali e alle stesse misure emanate con la pretesa di prevenirla – in una campagna pubblicitaria per il più grosso affare che le case farmaceutiche potessero sognarsi, caratterizzato dalla trasformazione dell’intera popolazione mondiale in “pazienti” ricattati dai loro governi.


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  • Grazie del supporto “scientifico” finalmente..ragionare su numeri e realtà dei fatti. Concordo soprattutto sul ruolo “castrato” ella “medicina del territorio” intenzionalmente dal ministero della salute. E’ un’analisi che da più parti è stata evidenziata nell’assurdità del caso Pandemia ma devo dire che finalmente la testimonianza citata di tale Dott.sa Dondini è una conferma notevole: sono stato direttamente coinvolto a marzo dalla vicenda Covid-19 con la morte del papà avvenuta con le dinamiche descritte e che ho ritenuto inconcepibile nel 2020: abbandono a casa, senza cure specifiche (che sappiamo ormai esistere..vista anche l’esperienza delle precedenti ondate SARS) perchè la medicina di base non rispondeva al telefono nè tantomeno il numero del ministero della salute di emergenza, l’ultima risorsa era solo il 118..quando appunto la situazione evolutiva della malattia portava all’esito fatale che conosciamo dopo quei 4-5 gg statistici (lo dice ISS sui suoi rapporti periodici!) di passaggio negli ospedali con morte inevitabile. Spero che l’indagine della Procura di Bergamo in corso porti una qualche consolazione di vera giustizia e non si areni come le tante purtroppo vicende giudiziare di stragi colpose di cui lo Stato italiano è stato protagonista nel passato…

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